Ecco le sue parole.

È sempre una grande emozione vedere una piazza sempre più piena. Oggi guardavamo i numeri delle iscrizioni e siamo a livelli veramente enormi. Grazie a tutti coloro i quali sono venuti: la piazza è strapiena e c’è un sacco di gente che non è riuscita a entrare.
Abbiamo una grande novità: la presenza di oltre 60 Società Nazionali di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa che hanno condiviso con noi questi giorni nel nostro nuovo, bellissimo campo. Un campo che sarà il nostro punto di riferimento per tanti e tanti anni, dove riunirci e dove sapere che abbiamo qui la nostra casa, le nostre radici e la storia del nostro Movimento.
Ma l’emozione che ho è data anche dal fatto che credo che ognuno di voi, probabilmente, dal discorso del Presidente nazionale si aspetti delle risposte. Si aspetti delle risposte in un momento in cui ci sono crisi importanti, crisi che si intrecciano e che durano nel tempo. A livello locale assistiamo all’aumento della povertà, all’aumento della solitudine, alla difficoltà a volte anche di avere accesso ai servizi sanitari di base. A livello internazionale ci sono le migrazioni forzate, l’impossibilità per tante persone di avere un futuro migliore, la violenza che si trovano a subire, e la dignità a cui non si può rinunciare – eppure a volte rinunciano persino ad avere un luogo di sepoltura e un nome dopo la morte.
Ci sono gli eventi climatici estremi in tutto il mondo, i conflitti armati frutto anche di una crescente polarizzazione, e poi la difficoltà di portare aiuto per chi vuole fare Umanità e il restringimento dello spazio umanitario. Io non so voi, ma io vivo con un grande senso di impotenza e di rabbia quando viene impedito al Movimento Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa di agire sui territori, perché questo aumenta le sofferenze.
In questa situazione di crisi costante, qual è il percorso che noi dobbiamo continuare a fare? Il percorso è lo stesso di quello che accadde nelle mattine successive al 24 giugno del 1859. Il percorso è sempre quello dei primi soccorritori che hanno portato i feriti dal campo di battaglia agli ospedali di Castiglione delle Stiviere. Quando un esercito vittorioso andava via e quando l’esercito sconfitto non aveva la possibilità di aiutare i feriti, chiamavano e sapevano che nessuno avrebbe risposto, eppure i soccorritori sono andati. Le donne sono uscite dalle case, hanno sfidato il pericolo di curare le ferite più brutte, hanno sfidato la mentalità del tempo che le voleva chiuse in casa e sono andate a urlare “Tutti fratelli”.
È quello il percorso che noi ancora oggi proseguiamo e in cui dobbiamo credere. E vi dico una cosa: c’è un esercito che ha vinto e c’è un esercito che ha perso, ma i veri vincitori furono i soccorritori che fecero quel percorso. I veri vincitori sono coloro i quali, anche oggi, con la loro Umanità portano e costruiscono la pace nelle nostre comunità locali e nelle nostre cittadinanze nazionali.
Eppure oggi quei feriti, quei moribondi che c’erano allora – e che oggi sono rappresentati dalla comunità sofferente –, oggi c’è ancora qualcuno che vede le persone che soffrono come nemici. Questo è inaccettabile. Questo è inaccettabile. I nostri nemici sono la fame, la povertà, i pregiudizi. Sono gli stessi di sempre: sono questi i nemici che dobbiamo combattere.
Dobbiamo combattere per far rispettare le Convenzioni di Ginevra, perché gli Stati osservino le norme che loro stessi hanno firmato. Dobbiamo dare dignità agli ultimi. Dobbiamo fare in modo che la gente sia formata per prevenire i flagelli. E posso dire, come ogni anno e non mi stancherò mai di ripeterlo, che noi non ci metteremo mai il cuore in pace. Non lasceremo che qualcuno sia lasciato solo. Non lasceremo che qualcuno dica che esistano esseri umani “illegali”. Non lasceremo che si dica che è lecito attaccare la popolazione civile, distruggere le infrastrutture. Noi non accetteremo mai che un nostro operatore umanitario sia un bersaglio, che gli ospedali siano un bersaglio, che le scuole o i monumenti siano un bersaglio. Noi non lo accetteremo mai, né oggi né mai.
Così come non accettiamo che ci sia il blocco del cibo e degli aiuti umanitari e che questo diventi una misura di guerra. Noi non accettiamo che le medicine vengano centellinate per far soffrire di più la popolazione. Noi non possiamo accettare che una donna che ha appena partorito e deve portare la figlia nella culla termica stia a giorni di distanza dall’altro figlio e per mesi non possa ascoltarlo. Noi il cuore non ce lo metteremo in pace, mai! Non accettiamo che i prigionieri di guerra siano utilizzati come merce di scambio, o meno di una merce.
Questo è il percorso che facciamo, che è lo stesso del 1859 e che fra poco ricominceremo. È un percorso di responsabilità. Solferino e Castiglione non sono solo luoghi di memoria, sono luoghi dove rinnoviamo il nostro impegno. È un cammino che ringrazia tutti coloro che hanno consentito di realizzare la Fiaccolata di quest’anno. Tutti, nessuno escluso.
Questo percorso lo facciamo grazie alle Volontarie e ai Volontari che stanno nei nostri Comitati e che in queste ore stanno aiutando le persone vulnerabili; lo dobbiamo a tutti i nostri colleghi che stanno nelle zone di guerra e che onorano l’emblema che indossano e che indossiamo. È un percorso che si deve caratterizzare per l’ascolto: l’ascolto delle persone vulnerabili, la capacità di vedere cosa chiedono e dare un aiuto qualificato. È un percorso di Umanità, è un percorso di pace, perché l’Umanità è una scelta.
Fra poco accenderemo e rinnoveremo questa scelta di Umanità. Accenderemo le nostre fiaccole con la consapevolezza che questo sia il percorso di una vita sui nostri territori, nelle nostre regioni, a livello nazionale ed internazionale. E con queste fiaccole, permettetemi, camminiamo insieme a tutti.