Iniziamo un approfondimento su alcune Giornate che, a livello mondiale, devono farci riflettere.

 Nel luglio 2021 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha evidenziato le preoccupazioni globali per “la diffusione esponenziale e la proliferazione di discorsi d’odio” in tutto il mondo ed ha adottato la risoluzione A/RES/75/309 sulla “promozione del dialogo interreligioso e interculturale e della tolleranza nel contrastare i discorsi di odio”. 

Tale risoluzione invita tutti i soggetti interessati, compresi gli Stati, ad intensificare gli sforzi per affrontare questo fenomeno, in linea con il diritto internazionale in materia di diritti umani e ha designato il 18 Giugno come Giornata internazionale.

Pilastri fondamentali di questa risoluzione sono: il rispetto per i diritti umani, la lotta contro tutte le forme di intolleranza, la cultura della pace, il rifiuto della violenza e la lotta contro la misinformazione e la disinformazione.

Nonostante i Principi evocati da questa risoluzione Onu siano ampiamente condivisi e accettati, quando si passa dal piano astratto delle intenzioni a quello concreto delle azioni gli attori istituzionali devono necessariamente far i conti con alcune contraddizioni e diverse criticità. Si toccano importanti questioni di ordine giuridico, politico e sociale: le tre fondamentali, reciprocamente legate, sono: 

a) è sempre possibile definire con chiarezza che cos’è un discorso d’odio? Ad oggi non esiste una definizione internazionale univoca e giuridicamente vincolante di hate speech. Non è sempre facile definire quando e come il manifestare liberamente il proprio pensiero o ideale possa deviare in dichiarazioni di inferiorità o discriminatorie e quindi di odio.

b) quali sono i rischi implicati da una regolamentazione giuridica dei discorsi d’odio per la libertà d’espressione? Trovare un equilibrio tra la tutela della libertà di pensiero, di parola, di informazione e la dirompente esigenza di limitare le manifestazioni delle molteplici forme dell’intolleranza è assai complicato, in quanto vi è in gioco il regolare svolgimento della stessa vita democratica.

c) qual è il ruolo giocato dalle piattaforme tecnologiche della comunicazione nella “gestione” dell’odio in rete? Occorre ricordare che le piattaforme tecnologiche agiscono come “arbitri privati” di un discorso pubblico: il loro ruolo è definire, rilevare e moderare l’odio in rete attraverso policy interne, algoritmi e team di revisione però la responsabilità sociale a volta va in contrasto con l’imperativo di fare business basandosi sul tener l’utente il più possibile incollato alla rete.

In questo groviglio di concetti interviene spesso anche la Senatrice a vita Liliana Segre, la quale sostiene che i discorsi d’odio sono estremamente pericolosi perché si propagano rapidamente, partendo da piccole ostilità nel quotidiano fino ad arrivare a gravissime escalation di violenza. Le sue osservazioni, lontane a causa della sua età dalla questione di regolamentare le piattaforme social, si concentrano sempre in modo dolce e pacato su come combattere odio online e intolleranza tramite educazione e testimonianza nelle scuole e come contrastare la politica urlata, per riportarla a forme “gentili” e istituzionali.

Liliana Segre, Medaglia d’oro di Croce Rossa al merito, nelle interviste dice di sé stessa: “Sono solo una nonna coi capelli bianchi”! È però verosimile che la presidenza Nazionale CRI, poche settimane dopo averle conferito l’onorificenza, allo scoppiare della pandemia di Covid, quando ha istituito il “Tempo della Gentilezza” abbia pensato proprio a questa nonna, dolce e gentile!

(a cura di Sorella Tiziana Talon – staff Principi e Valori)